Can – Monster Movie (United Artists Records, August 1969)

Can – Monster Movie (United Artists Records, August 1969)

Una delle storie più importanti e influenti della storia del rock e della cultura tedesca degli anni settanta. Quella dei Can di Jaki Liebezeit (deceduto lo scorso 22 gennaio), Irmin Schmidt, Holger Czukay, Michael Karoli e il cantante afro-americano Malcolm Mooney che, verità o leggenda, dopo la pubblicazione del disco ritornò a casa negli Stati Uniti dietro consiglio dello psichiatra e venne successivamente sostituito dal vocalist e performer giapponese Damo Suzuki. Questa è la storia di 'Monster Movie', un disco manifesto della 'kosmische musik' e un esemplare unico nella storia di quello che il quotidiano britannico Melody Maker definì in maniera fortunata come 'kraut-rock'.

132
0
SHARE

di Emiliano D’Aniello

All’indomani dello scorso ventidue gennaio, la data del decesso di Jaki Liebezeit, il giornalista britannico David Stubbs (autore tra le altre cose del libro dedicato: ‘Future Days: Krautrock and the Building of Modern Germany’) ha definito senza mezzi termini l’importanza che questo musicista ha avuto nella storia della musica come ‘colossale’.

Per onorare un musicista così straordinario e influente come pochi altri batteristi nel corso della storia della musica rock, ‘i tedeschi dovrebbero erigere una statua nella piazza centrale di Colonia e dichiarare un giorno di festa nazionale.’

Dichiarazioni che potrebbero in qualche maniera sembrare come tipiche di quelle scritte sull’onda emotiva del momento, ma che in verità per chi è addentro alla musica di Jaki Liebezeit e dei Can, il gruppo fondato nel 1968 da Jaki con Irmin Schmidt, Holger Czukay, David C. Johnson e Michael Karoli a Colonia nella allora Germania Ovest, non costituiscono qualche cosa di esagerato.

Al contrario, invece, suonano letteralmente come il giusto riconoscimento per una band e un musicista in particolare che ha veramente non solo scritto una delle pagine più importanti della storia della musica, ma in qualche maniera anche inventato un suo modo di suonare la batteria che è poi stato ripreso negli anni e ancora oggi da band e musicisti di generi diversi.

Jaki Liebezeit con Klaus Dinger, il batterista e fondatore dei Neu! e degli La Dusseldorf (per un periodo, unitamente al chitarrista Michael Rother, fu anche membro dei Kraftwerk di Ralf Hutter e Florian Schneider), colui che inventò quello che oggi viene definito come ‘motorik beat’, reinventò completamente, dalla testa ai piedi, la maniera di suonare la batteria all’interno del genere rock.

Mentre dalla fine degli anni sessanta e poi per tutti gli anni settanta negli Stati Uniti e nel Regno Unito (successivamente in tutto il mondo occidentale, anche in Italia del resto) si diffondeva una nuova generazione di musicisti ‘progressive’ che consideravano l’approccio allo strumento come qualche cosa di scientifico, quindi la musica come sostanzialmente una specie di equilibrio tra classico e moderno e dove ogni cosa doveva andare al proprio posto, questi pazzi tedeschi, ispirandosi comunque a loro modo alle sonorità blues dei neri americani e al pop psichedelico dei Beatles, cominciarono a suonare una musica che era armonia, metronomica e ossessiva e che allo stesso tempo attraverso il vibrare delle onde sonore provocate si irradiasse nello spazio o in quello che idealmente veniva definito come ‘cosmo’ (da qui la definizione non casuale di ‘kosmische musik’).

Jaki era un’appassionato di musica indiana. Si interessò successivamente alla musica nord-africana e a quella turca, la musica iraniana.

Tutte queste influenze alla fine confluirono inevitabili nella sua maniera di suonare la batteria e costituirono la base, le fondamenta su cui i Can costruirono la loro musica.

Va detto che alla base vi era un profondo interesse da parte dei Can che era pari tanto nei confronti della musica d’avanguardia quanto in quella che potremmo definire come musica popolare. Lo stesso Julian Cope, del resto, in quella opera magnificente che è ‘Krautrocksampler: One Head’s Guide to the Great Kosmische Musik – 1968 Onwards’ sottointende l’influenza fondamentale dei Beatles di ‘I’m The Walrus’ nell’immaginario delle band del genere ‘kraut-rock’, la denominazione che il settimanale inglese Melody Maker volle dare al genere che i tedeschi avevano appunto denominato come ‘kosmische musik’ e che oggi viene considerato un vero e proprio genere musicale, lasciando intendere quella psichedelia cosmica e allo stesso tempo minimalista e cui si rifanno anche gruppi che oggi vanno per la maggiore come i Flaming Lips oppure i Tame Impala (per citare i fenomeni più considerati dal pubblico e dalla critica mainstream).

Irmin Schmidt (che con Czukay aveva studiato alla scuola di Karlheinz Stockhausen) del resto era stato a New York City nella metà degli anni sessanta, dove era entrato in contatto con i vari Steve Reich, La Monte Young e Terry Riley. Allo stesso tempo era entrato in contatto con Andy Warhol e la pop-art. Gli piacevano i Velvet Underground e si era preso una sbandata per i vari Sly Stone, James Brown…

Nella sua testa come in quella degli altri componenti della band c’erano un mucchio di cose. Così tante che il risultato non poteva che essere qualche cosa di completamente nuovo.

Il primo disco dei Can (secondo alcuni ‘Communism, Anarchism, Nihilism’, secondo Malcolm Mooney che effettivamente diede nome alla band, invece, lui scelse questo nome per il semplice fatto che poteva farlo e in qualche maniera anticipando quello che sarà quasi quarant’anni dopo il motto adottato da Barack Obama nel corso della sua prima campagna per le elezioni presidenziali del 2008: ‘I named it Can because I can do it!’) fu in realtà il secondo.

Il primo infatti, ‘Prepared to Meet Thy Pnoom’, non vedrà la luce fino al 1981 (quando le registrazioni furono incluse nella compilation di outtakes ‘Delay 1968’) perché nella pratica non fu trovata nessuna casa discografica disposta a pubblicarlo.

Così in pratica fu solo nell’agosto del 1969 che la band registrò il primo LP, ‘Monster Movie’, presso la fortezza di Norvenich, un castello del quattordicesimo secolo nella Renania Settentrionale Vestfalia, praticamente un centro di 11.000 abitanti circa nei pressi di Colonia.

Generalmente il disco viene considerato un episodio minore della band, che si ritiene abbia dato invece il meglio negli anni settanta e in particolare con il trittico composto da ‘Tago Mago’, ‘Ege Bamyasi’ e ‘Future Days’ e in particolare con la presenza alla voce del vocalist giapponese Damo Suzuki (tra le altre cose ancora oggi molto attivo e prolifico sia in studio che come performer dal vivo), ma in verità ‘Monster Movie’ contiene dei momenti che nella storia discografica lunghissima di questo gruppo sono irripetibili.

Intanto perché questo è il primo e unico disco in cui tutte le canzoni sono cantate da Malcolm Mooney (voce anche in ‘Soul Desert’ e ‘She Brings The Rain’, contenute nell’album ‘Soundtracks’, quindi nell’ultimo disco della band, la reunion tarda del 1986, ‘Rite Time’), un vocalist incredibile e un personaggio sicuramente particolare. Per forza di cose unico: come è stata la parabola dei Can.

Malcolm Mooney era uno scultore afro-americano. Da ragazzo aveva cantato nei cori della chiesa negli Stati Uniti, a Boston, dove era cresciuto, prima di cominciare a girare il mondo e prendere parte a questa incredibile avventura con i Can.

Come detto, fu lui a scegliere il nome della band (che in questo disco si chiama ancora: The Can) e fu lui a scrivere i testi del primo disco curiosamente ispirandosi più che alla beat-generation, come potrebbe sembrare dall’ascolto delle canzoni, ad autori più tradizionali come Shakespeare, Yeats e Donne.

Lo stile di Malcolm Mooney era lontanissimo da quello di Damo Suzuki e che successivamente renderà celebre la band.

Se il secondo è stato ed è tuttora un vocalist ‘espressionista’, le cui urla in qualche modo echeggiavano come anch’esse volere dilatare lo spazio in maniera univoca al suono della band, Malcolm Mooney (che in un’intervista rilasciata lo scorso anno dichiara senza mezzi termini di non sopportare la voce di Damo Suzuki) era invece un vero e proprio cantante di musica rock’n’roll.

Malcolm Mooney era un vero afro-americano. Avrebbe potuto cantare la musica rhythm blues come il rock and roll dei primi Rolling Stones.

Non a caso tra le sue influenze cita i Coasters, i Drifters, si sente più vicino a crooner come Smokey Robinson o Jackie Wilson, ovviamente a Lou Reed che a Damo Suzuki.

Quello che fa la differenza nel suo modo di cantare, tuttavia, è la maniera ossessiva, persino paranoica in cui scandisce le liriche delle quattro canzoni che fanno parte del disco.

‘Monster Movie’ si apre con i sette minuti di ‘Father Cannot Yell’.

L’influenza dei Velvet Underground qui è più che evidente. Il disco del resto esce praticamente un anno dopo che Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker dopo essersi ‘liberati’ (si fa per dire) di Andy Warhol e di Nico, avevano portato alle estreme conseguenze il loro sound con ‘White Light/White Heat’.

Il sound della band è decisamente garage e si fonda praticamente per intero sul ritmo ossessivo della batteria di Jaki e del basso di Holger Czukay. Paradossalmente la stessa voce di Malcolm Mooney, letteralmente ipnotizzato come se fosse posseduto da qualche spirito demoniaco, sembrerebbe fare parte della sessione ritmica, mentre Irmin Schmidt e la chitarra di Michael Karoli provocano intense e disturbanti onde di suono in perfetto stile VU e che accelerano sempre di più in quella che si conclude come una gloriosa cavalcata.

‘Mary, Mary, So Contrary’ è costruita liriticamente sulla base di una ninna nanna popolare inglese, ‘Mary, Mary, Quite Contrary’.

In questo caso particolare, l’originalità della band è già evidente, così è evidente che l’ensemble di Colonia abbia già tra le frecce al proprio arco la capacità di scrivere delle canzoni in una forma tradizionale.

Quello che colpisce è la pienezza e allo stesso modo la dilatazione degli spazi.

In questo caso la batteria e il basso danno al pezzo un accompagnamento meno ossessivo che nelle altre occasioni, la canzone si fonda su una distorsione che va dall’inizio alla fine e il ‘recital’ di Malcolm Mooney, che qui attinge a piene mani nel patrimonio del blues americano e eguaglia performance che possono ricordare quelle di Jim Morrison per citare uno dei grandi vocalist del periodo.

Peccato però che il sound dei Can sia anni luce più avanti nel tempo (e nello spazio) di quello dei Doors.

Senza nulla togliere ovviamente a una band così influente nella storia della musica come come la mitica band di Jim Morrison e Ray Manzarek, ascoltando i Can, se da una parte si sente che le canzoni di questo disco siano state scritte e registrate a ridosso tra gli anni sessanta e gli anni settanta; dall’altra tuttavia fuori dalla Germania è oggettivamente molto difficile trovare altri gruppi di quegli anni che suonassero allo stesso modo e che osassero così tanto per quello che riguarda l’uso delle pure distorsioni del suono.

‘Outside My Door’ ha ancora dei tratti tipicamente Velvet Underground, soprattutto per quello che riguarda il suono della chitarra, che ricalca effettivamente quello che facevano dall’altra parte dell’oceano Lou Reed e Sterling Morrison, ma la sezione ritmica quella che possiamo definire tipicamente Can, mentre Malcolm Mooney, che suona anche l’armonica, appare in qualche maniera un performer anche più originale e bravo di quello che poteva essere il grande Lou Reed al tempo.

Forse perché libero da qualsiasi iconografia pop-art, Mooney è completamente scatenato.

Dopo la pubblicazione del disco pare che uno psichiatra gli disse di lasciare assolutamente la band per salvaguardare la sua salute mentale.

Le note del disco dicono che Mooney soffriva di attacchi di nevrosi e faceva continuamente avanti e indietro le scale.

Verità o leggenda, non sapremo mai come siano andati veramente i fatti e anche perché lo stesso cantante e scultore da una parte sembrerebbe confermare la cosa, dall’altra irridere in maniera quasi beffarda chi si interroga e lo interroga al riguardo.

Quello che invece una volta si sarebbe definito il lato B del LP, è invece interamente occupato da una sola traccia, la lunga jam allucinata di ‘Yoo Doo Right’.

La session dura praticamente venti minuti e attenzione perché qui i Can sono già i Can, quelli che saranno successivamente acclamati con ‘Tago Mago’ e citati praticamente da tutte le band a partire dagli anni ottanta a oggi come un principale punto di riferimento.

La sezione ritmica di Jaki Liebezeit è veramente qualche cosa di straordinario. Ossessiva e allo stesso tempo in qualche maniera tribale, riprende effettivamente quelli che sono i tempi della tradizione nord-africana e che bene combinati con il basso di un musicista altrettanto straordinario come Czukay danno effettivamente vita a quella ritmica ossessiva e monotonica che ho già descritto come influente in maniera determinante nel corso della storia della musica rock.

Qualcuno ha definito la traccia come la ‘Sister Ray’ dei Can, ma qui in verità c’è veramente poco dei Velvet Underground.

‘Yoo Doo Right’ è una traccia veramente fuori dal tempo e nella pratica sostanzialmente in larga parte improvvisata in sala di registrazione da parte della band.

Del resto ascoltandola non c’è niente di prevedibile. Probabilmente ad ogni ascolto io (come chiunque altro) potrei trovarci qualche cosa di nuovo e qualche nuovo particolare e sequenza.

La sensazione è in parte quella di una totale perdita di equilibrio. Malcolm Mooney più che fare avanti e indietro le scale, sembrerebbe cantare mentre come un equilibrista, cammina in bilico su di un filo sospeso.

La differenza tra lui e il resto dei Can è che gli altri in qualche maniera dopo la pubblicazione di questo disco troveranno in qualche maniera il bandolo della matassa e il ‘capo’ del filo e abbiano da allora continuato a fare la storia della musica con i dischi che seguiranno, che sono una parte fondamentale non solo del kraut-rock oppure della musica rock in generale, ma proprio della storia culturale della Germania e di Europa.

Malcolm Mooney invece in qualche modo da quel filo non è più sceso e continua a percorrerlo ancora oggi (ritornato in America ha comunque continuato a lavorare nel campo delle arti visuali e occasionalmente nel mondo della musica) come se quella musica non avesse mai smesso di suonare. Chissà questa continua ricerca di equilibrio, accompagnata per sempre dai tempi ossessivi di Jaki, fin dove lo porterà.